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Termovalorizzatore di Roma, la guerra dei ricorsi: il nodo acqua rischia di bloccare tutto

Sul termovalorizzatore di Roma la battaglia entra nella fase più dura: quella giudiziaria. Non uno, non due, ma sei sono i ricorsi depositati tra TAR del Lazio e Tribunale superiore delle acque pubbliche stanno mettendo sotto pressione un progetto che già divide politica, territori e cittadini.

Il fronte del “no” si allarga e si struttura. In campo non ci sono soltanto comitati e associazioni ambientaliste, ma anche amministrazioni locali dei Castelli Romani e gruppi civici che contestano l’impianto previsto a Santa Palomba, un’area considerata delicata dal punto di vista ambientale e idrico.

Ma il vero detonatore dello scontro non è più soltanto l’impatto generale dell’inceneritore.

Il nodo, oggi, è uno solo: l’acqua

Secondo i ricorrenti, i consumi idrici dell’impianto sarebbero stati sottostimati. Non 10mila litri all’ora, come indicato nelle carte progettuali, ma fino a 30mila. Un dato triplicato che, se confermato, cambierebbe radicalmente il quadro della sostenibilità ambientale, soprattutto in un territorio già segnato da criticità idriche.

Il punto è tutt’altro che teorico. L’area individuata si trova infatti a ridosso della falda dei Castelli Romani, una risorsa strategica per più comuni del quadrante sud della Capitale. Ed è proprio qui che si innesta l’accusa più pesante: un utilizzo così elevato di acqua potrebbe compromettere l’equilibrio della falda, fino a metterne a rischio la tenuta nel lungo periodo.

A rafforzare questa tesi, i ricorrenti hanno portato davanti ai giudici anche documentazione tecnica e brevetti industriali, sostenendo che impianti simili – come quello di riferimento all’estero – presentano fabbisogni idrici ben superiori rispetto a quelli dichiarati. Intanto, la pressione cresce anche sul piano politico. Il progetto, fortemente sostenuto dal Campidoglio, si trova ora stretto tra contestazioni ambientali, dubbi tecnici e un’offensiva legale che punta a rallentarne o bloccarne l’iter autorizzativo.

La partita, però, è tutt’altro che chiusa. Perché al di là dei ricorsi, la vera domanda resta sospesa – e pesa come un macigno: quanta acqua servirà davvero per far funzionare l’inceneritore di Roma?

E soprattutto: chi pagherà il conto, se i numeri fossero stati sottovalutati? La risposta, purtroppo, rischia di essere sempre la stessa: i cittadini, tra bollette più alte, risorse pubbliche drenate e un territorio chiamato a sostenere errori non suoi.

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