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Aprilia, il TAR respinge il ricorso della Tenuta Calissoni Bulgari: la sentenza sul deposito smentisce anni di opposizioni

Il Tar del Lazio, sezione staccata di Latina, ha respinto il ricorso presentato dalla Tenuta Calissoni Bulgari contro il progetto di deposito previsto nel territorio di Aprilia, confermando la validità dell’iter autorizzativo avviato dalla Regione Lazio.

La decisione arriva con la sentenza pronunciata dal collegio della Prima Sezione del TAR di Latina e rappresenta un passaggio decisivo in una vicenda che da anni è al centro del dibattito pubblico e delle battaglie dei comitati locali.

Il ricorso riguardava il procedimento che ha portato al rilascio del Provvedimento Autorizzatorio Unico Regionale (PAUR) per la realizzazione dell’impianto promosso dalla società proponente Frales.

Secondo i ricorrenti, il progetto avrebbe presentato criticità sotto il profilo ambientale e territoriale. Tesi che però non hanno convinto i giudici amministrativi.

Nella sentenza il TAR è molto chiaro.

«Per tutte le ragioni sopra chiarite il ricorso integrato dai primi motivi aggiunti è infondato e da rigettare, mentre i secondi motivi aggiunti sono inammissibili.»

Nel dispositivo finale il tribunale stabilisce quindi di rigettare il ricorso introduttivo e i primi motivi aggiunti, dichiarando inammissibili i successivi motivi aggiunti presentati nel corso del giudizio.

In sostanza, il TAR ha ritenuto legittimo il percorso amministrativo seguito dalla Regione Lazio, lasciando quindi in piedi il quadro autorizzativo del progetto.

Una decisione che arriva al termine di una lunga stagione di opposizioni e ricorsi che negli ultimi anni hanno accompagnato il progetto e che hanno visto la mobilitazione di diversi comitati locali. La sentenza rappresenta dunque un passaggio importante perché conferma la validità dell’iter amministrativo e ridimensiona le contestazioni avanzate nel corso degli anni contro il progetto.

Italia e rifiuti sempre e solo un terreno di scontro

In Italia la gestione degli impianti è diventata spesso un terreno di scontro permanente. Ogni progetto finisce per anni in mezzo a proteste, ricorsi, assemblee pubbliche e battaglie mediatiche che trasformano questioni tecniche e amministrative in vere e proprie campagne politiche.

Non sempre, però, dietro queste mobilitazioni ci sono soltanto ragioni ambientali o la tutela del territorio. Troppo spesso entrano in gioco anche altri fattori: equilibri locali, consenso elettorale, rivalità politiche e interessi che poco hanno a che fare con la pianificazione del territorio.

Così accade che opere e impianti restino bloccati per anni, mentre il dibattito pubblico si alimenta di slogan e contrapposizioni ideologiche. Poi arrivano le sentenze e, con poche righe di diritto amministrativo, rimettono ordine tra atti, procedure e responsabilità.

Ed è proprio in quel momento che si scopre una verità semplice ma spesso dimenticata: tra diritto e propaganda, alla fine è sempre il diritto ad avere l’ultima parola.

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