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Uomini vittime di violenza: il fenomeno sommerso che inizia a emergere

C’è una violenza che fatica ancora a trovare riconoscimento pubblico. È quella che colpisce gli uomini, spesso confinata nel non detto, schiacciata da stereotipi culturali e da una narrazione che fatica a concepire l’uomo come possibile vittima. I Centri per uomini vittime di violenza (Cuav) nascono esattamente in questo spazio cieco del sistema di welfare e della coscienza collettiva.

È il senso dell’iniziativa presentata oggi in Sala Nassiriya, a Palazzo Madama, dalla senatrice del Movimento 5 Stelle Alessandra Maiorino, che ha voluto fare il punto su una rete di circa 110 centri attivi in Italia. Una rete ancora giovane, ma in rapida espansione, sostenuta anche dall’ultimo emendamento alla legge di bilancio che ha destinato 2 milioni di euro al loro funzionamento.

Sul palco, accanto alla vicepresidente del gruppo M5S, Alessandra Pauncz, presidente dell’associazione Relive, e Andrea Bernetti, presidente di “Prima Cuav”, il primo centro nato a Roma. Due figure che operano quotidianamente su un fronte delicato: quello degli uomini che chiedono aiuto non per esercitare violenza, ma per uscirne come vittime.

Secondo i dati raccolti dai centri, le richieste di supporto arrivano spesso in modo spontaneo. Telefonate, colloqui, accessi diretti. Racconti che parlano di violenza psicologica, ricatti emotivi, isolamento, conflitti familiari degenerati, talvolta di violenza domestica vera e propria. «Non riesco più a gestire questa situazione, ho paura che peggiori», è una delle frasi ricorrenti raccolte dagli operatori. Parole che raccontano una sofferenza reale, ma raramente riconosciuta come tale.

Ogni centro segue mediamente da 30 a 300 persone. Numeri che, letti senza pregiudizi, indicano un bisogno concreto e diffuso. «Quando si interviene solo sulle conseguenze e non sulle cause, il problema resta», spiega Pauncz, sottolineando come i Cuav offrano percorsi di ascolto, tutela e accompagnamento finalizzati a rompere dinamiche abusive e a ricostruire un equilibrio personale e relazionale.

Il tema è culturale prima ancora che sociale. «Riconoscere che anche gli uomini possono essere vittime è un passaggio necessario», ha spiegato Maiorino, che individua nei Cuav uno degli strumenti fondamentali della prevenzione, accanto all’educazione affettiva e relazionale. «La violenza non è un destino, ma senza strumenti adeguati resta invisibile».

Un’invisibilità che pesa soprattutto sul piano istituzionale. Come ha ricordato Bernetti, l’accesso ai fondi resta una delle principali criticità: «Nel Lazio, ad esempio, si attendono da quattro anni risorse già stanziate ma mai rese operative». Un ritardo che rischia di indebolire strutture chiamate a operare in un contesto complesso e ancora poco normato.

Il dato che emerge, al netto delle dichiarazioni politiche, è uno solo: la violenza non ha un’unica direzione né un unico volto. E finché una parte delle vittime continuerà a restare fuori dal racconto pubblico, il sistema di prevenzione resterà incompleto. I Cuav, nel loro silenzioso lavoro quotidiano, provano a colmare questo vuoto. Sta alle istituzioni decidere se considerarli un’eccezione o una componente strutturale delle politiche sociali.

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