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Mahler, Schnittke e un’anteprima assoluta: il Quartetto Werther firma la serata più raffinata della Filarmonica Romana

È considerato tra gli ensemble cameristici più promettenti sulla scena nazionale e internazionale il Quartetto Werther, rarissimo esempio di quartetto con pianoforte stabile in Europa. Sarà protagonista della stagione dell’Accademia Filarmonica Romana giovedì 4 dicembre al Teatro Argentina.

Fondato nel 2016 e oggi parte del circuito “Le dimore del Quartetto”, il Werther – Misia Jannoni Sebastianini (violino), Martina Santarone (viola), Vladimir Bogdanovic (violoncello), Antonino Fiumara (pianoforte) – ha già conquistato palchi e giurie: Primo Premio al Brahms International Chamber Music Competition di Danzica nel 2025, Premio Abbiati 2020 come miglior giovane ensemble e Premio del Presidente della Repubblica dell’Accademia di Santa Cecilia in memoria di Giuseppe Sinopoli. Un curriculum che, per un gruppo di questa età, ha quasi del sospetto: crescendo così in fretta, il rischio è quello di non sbagliare più nulla.

Il programma della serata unisce Ottocento e contemporaneo, con una prima assoluta: Movimento di quartetto di Francesco Antonioni, commissionato dalla Filarmonica. Un tassello che dialoga direttamente con la pagina d’apertura: il Quartetto per pianoforte in la minore di Gustav Mahler, lavoro giovanile e incompiuto – Mahler ne lasciò un solo movimento completo e 24 battute dello Scherzo. Nel 1988 Alfred Schnittke ricompose e completò quel frammento, offrendo una lettura che, in piena epoca sovietica, pagò l’azzardo della sperimentazione con un certo ostracismo culturale.

Antonioni raccoglie quel filo sospeso: “Il mio Movimento – spiega – riparte dalle possibilità latenti del frammento mahleriano, già rilette da Schnittke, e le porta verso un nuovo terreno. Un movimento rapido, costruito sul ritmo, che spinge i richiami popolari boemi fino alle sponde del Mediterraneo in una sorta di diaspora immaginaria”. Passato e presente che si osservano senza farsi sconti.

A chiudere il concerto, il Quartetto n. 3 in do minore op. 60 di Johannes Brahms, iniziato nel 1855 e terminato solo vent’anni dopo: una gestazione interminabile da cui germogliò il più compiuto dei suoi tre quartetti con pianoforte, sintesi matura della poetica brahmsiana. Un finale che non vuole stupire, ma ricordare perché certi capolavori non invecchiano: semplicemente, non ne hanno il tempo.

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