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Merano WineFestival 2025 – Il mio viaggio nel cuore del vino, tra emozioni, identità e incontri che restano

Quando arrivo a Merano, ogni anno, la prima cosa che faccio è fermarmi qualche secondo davanti al Kurhaus.
Quel palazzo elegante, con le sue luci calde e le sue linee armoniche, sembra ogni volta dirmi: “Benvenuta di nuovo, qui il tempo non scorre: qui si vive.”
E così, anche la 34ª edizione del Merano WineFestival è iniziata per me con una sensazione di familiarità profonda, come quando si entra nella casa di una persona cara dopo molto tempo e si ritrovano gli stessi profumi, gli stessi rumori, la stessa energia.

Sono arrivata in veste di buyer e stampa di settore, due ruoli diversi ma complementari che, negli anni, mi hanno insegnato a guardare il vino da più prospettive: quella commerciale, quella narrativa, quella emotiva.
Ed è proprio in un evento come questo che tutte queste dimensioni si incontrano, dialogano e si fondono.

L’ingresso nel Kurhaus: un’emozione che ti attraversa

La prima mattina, mentre salivo le scale del Kurhaus insieme ad altri professionisti, ho percepito qualcosa che ogni anno torna, sempre nuovo e sempre uguale: il rumore morbido dei passi, il tintinnio dei bicchieri ancora vuoti, il mormorio dei produttori che sistemano le ultime bottiglie, l’aria che vibra di attesa.

E ho capito subito che sarebbe stata un’edizione speciale.

Il Merano WineFestival non è semplicemente un evento.
È uno spazio mentale, una parentesi nella quale il vino torna ad essere ciò che dovrebbe sempre essere: condivisione, incontro, storia, rapporto umano.

Qui nessuno espone “per esserci”: qui si espone per raccontare qualcosa.

The WineHunter: il valore di essere scelti

La selezione di The WineHunter è, da sempre, la colonna vertebrale del festival.
Non è un dettaglio, non è un semplice riconoscimento: è un percorso di selezione che rappresenta serietà, identità e qualità.

Quando un produttore riceve una WineHunter Star, che sia Rosso, Gold, Platinum o Fuoriclasse, non porta a casa un simbolo: porta a casa una conferma del proprio lavoro, del proprio impegno, della propria coerenza.

Da buyer, camminare tra quei banchi significa sapere che ogni vino che si incontra è già passato attraverso un filtro rigoroso.
Da giornalista, significa entrare in contatto con una selezione che ha già fatto una prima, importante narrazione.

Eppure, al di là dei punteggi e dei sigilli, ciò che davvero rende unica questa selezione è la sua dimensione umana: nel volto dei produttori si legge l’orgoglio, la fatica, la dedizione.
Ogni Star è una piccola vittoria, un pezzo di storia che si aggiunge al percorso di una cantina.

Walking Tasting: un viaggio nell’Italia del vino

Il Walking Tasting è sempre il cuore pulsante del festival.
Qui il tempo si dilata, si ammacca, si confonde.
Ci si perde, e perdersi è la cosa più bella.

Ho iniziato il mio cammino lentamente, come si fa quando si cammina per la prima volta in un bosco che non si vuole rovinare con passi troppo veloci.
Ogni tavolo era un invito. Ogni bottiglia un racconto. Ogni calice un pezzo di identità.

Ricordo il profumo intenso di un rosso della Valpolicella che sembrava raccontare un autunno intero.
La finezza un po’ timida di un Metodo Classico trentino che giocava con note di fiori bianchi.
La potenza solare di un bianco siciliano che portava dentro il vento e il sale.

Ma ciò che di più bello c’è nel Walking Tasting non è solo il vino: sono gli sguardi.
Gli occhi dei produttori quando ti versano il loro calice non mentono mai.
Puoi leggere la fatica di un anno difficile, l’orgoglio di una vendemmia riuscita, il sollievo di un riconoscimento ottenuto, la speranza che tu, buyer o giornalista che sia, capisca fino in fondo ciò che ti stanno offrendo.

Il vino, qui, non è prodotto: è persona.

Incontri che cambiano il viaggio

Uno degli aspetti più preziosi di Merano è che gli incontri non si programmano: avvengono.
All’improvviso. Naturalmente. Con autenticità.

Ho parlato con giovani vignaioli pieni di entusiasmo, con produttori storici che raccontavano la loro filosofia con la quiete di chi ha già vissuto molte stagioni, con donne del vino che portavano avanti aziende familiari con una forza silenziosa e straordinaria.

Ho ritrovato amici, colleghi, sommelier, chef, fotografi e giornalisti.
E ho conosciuto persone nuove, che con un solo assaggio ti dimostrano quanto il vino possa essere un ponte, una chiave, un linguaggio universale.

In un mondo che corre, Merano ti ricorda che la bellezza sta nei tempi lenti, nei calici che si annusano senza fretta, nelle parole che si scelgono con cura.
Un ambiente che avvicina le persone, che crea un dialogo più intimo tra produttori e pubblico, un vero salotto del vino dove si ha il tempo e lo spazio per ascoltare, degustare, scoprire.

Qui il vino non è solo degustazione: è esperienza.
È relazione.
È emozione.

E ciò che ho percepito è che questo format risponde a un bisogno profondo: quello di riportare al centro l’incontro umano, in un settore che troppo spesso rischia di diventare solo tecnica e numeri.

La cena di gala è stata uno dei momenti più intensi e indimenticabili.
Un evento che non si limita a essere un grande appuntamento gastronomico, ma una vera e propria celebrazione della cultura culinaria italiana.

Chef e professionisti hanno creato un percorso sensoriale che attraversava tutta l’Italia: profumi, consistenze, sapori che si rincorrevano come un racconto poetico.

C’erano piatti che sembravano dipinti, altri che richiamavano la cucina di casa, altri ancora che spingevano verso una creatività sorprendente.
Ogni portata era un pezzo d’Italia che parlava attraverso ingredienti, tecniche e sensibilità diverse.

Accompagnare tutto questo con i vini selezionati è stato come seguire una sinfonia perfetta: ogni abbinamento un inciso, ogni sorso un’emozione nuova.

Vivere il Merano WineFestival da buyer significa osservare tutto con un occhio strategico: cercare qualità, coerenza, identità, potenzialità commerciali.
Significa intuire quali vini possano davvero parlare ai consumatori, quali abbiano un’anima, quali possano raccontare un territorio nel modo più autentico.

Viverlo da stampa di settore è invece un viaggio narrativo: è ascoltare storie, guardare mani che versano vino come se stessero raccontando un segreto, osservare volti, cogliere sfumature, emozionarsi.

Viverlo da persona, infine, è lasciarsi attraversare.
E Merano attraversa sempre.

Ci ho riflettuto molto, negli ultimi giorni del festival: cosa rende davvero unico questo evento?
Perché, nonostante il panorama di fiere e manifestazioni sia vasto, Merano resta un punto fermo?

La risposta è semplice: Merano è un faro.
Indica una direzione.
Illumina una strada.

È un luogo dove il vino torna a essere cultura. Dove l’eccellenza non è un’etichetta, ma una responsabilità. Dove il tempo è scandito dal rispetto, non dalla fretta. Dove la qualità non è un pretesto, ma un impegno. Dove le persone non sono numeri, ma storie.

È un festival che cresce senza perdere la propria anima.
Che innova senza tradire se stesso.
Che si espande senza diventare rumoroso.
Che seleziona senza escludere: include solo chi merita.

E questa, nel mondo del vino, è una forma rara e preziosa di eleganza.

Cosa porto a casa

Porto a casa una valigia piena di emozioni.
Porto a casa vini che mi hanno sorpresa, racconti che mi hanno arricchita, volti che difficilmente dimenticherò.
Porto a casa la sensazione che il vino italiano abbia ancora tantissimo da dire, e che Merano resti uno dei luoghi in cui questa voce si sente più forte e più chiara.

Porto a casa gratitudine.
Per chi organizza, per chi partecipa, per chi crede nel valore della qualità.
Per chi versa un calice non per vendere, ma per raccontare.

E porto a casa una consapevolezza: che il vino è, prima di tutto, un atto umano.
Un gesto.
Una storia.
Un legame.

E Merano è uno dei luoghi migliori al mondo per ricordarselo.

Di Carol Agostini

 

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